Thomas Kuhn nacque negli U.S.A. nel 1922; studiò inizialmente fisica
teorica e, a partire dal 1947, si concentrò sulla storia della scienza,
esordendo con l’analisi della fisica di Aristotele. Nel 1957 pubblica La
rivoluzione copernicana, frutto dei suoi studi di storia dell’astronomia. Nel
1959 scrive La tensione
essenziale, in cui compaiono i primi concetti della sua epistemologia, ampliati
ne La struttura delle rivoluzioni scientifiche, del 1962.
Già nel saggio
del ’59, Kuhn
affronta il problema
delle rivoluzioni scientifiche, esemplificate dal
copernicanesimo, dal darwinismo e dalle teorie di Einstein. Egli rifiuta l’idea
per cui le nuove scoperte e teorie scientifiche scaturirebbero da un processo
cumulativo, cioè da una sequenza progressiva di scoperte e nuove teorie che
darebbero luogo all’evoluzione dei saperi scientifici.
Secondo Kuhn ogni scoperta è sempre “rivoluzionaria”. Una
“rivoluzione” comporta un radicale cambiamento del modo di vedere il mondo da
parte della comunità scientifica.
Kuhn usa il termine “paradigma” per indicare l’insieme di
teorie, procedure e regole, che sono
accettate e praticate
da una comunità
scientifica. Lo scienziato,
per accettare le
nuove scoperte, deve necessariamente mutare paradigma.
Egli parla di una condizione di “normalità” della scienza;
la scienza “normale” non ha lo scopo di fare scoperte, ma rappresenta l’aspetto
“convergente” che si oppone a quello “rivoluzionario”, generando così la “tensione
essenziale” propria di ogni ricerca scientifica.
La ricerca “normale” è caratterizzata dalla convergenza di
idee e teorie e tende a conservarle e a creare consenso. Perciò, in condizioni
normali, lo scienziato è semplicemente un risolutore di “rompicapi”, cioè di
questioni che si pongono all’interno della scienza normale e condivisa, senza
che ciò abbia alcuna portata “rivoluzionaria”. Le rivoluzioni, al contrario,
sono piuttosto rare, e presuppongono un cambiamento di paradigma.
Scopo dell’opera del
filosofo è provare
a stabilire a
quali condizioni si
determini la possibilità di una
rivoluzione intesa in tal senso.
La ricerca
scientifica muove dal tentativo di risolvere rompicapi. È proprio nella soluzione
di rompicapi che può capitare di trovare degli intoppi, dei problemi non
risolvibili: queste “anomalie” preparano il terreno alle rivoluzioni
scientifiche. Queste, a propria volta, determinano il sorgere di nuovi
paradigmi, ovvero di nuove griglie interpretative a partire dalle quali leggere
il mondo.
Karl
Popper
Il filosofo G. Giorello racconta "Popper e la Filosofia della Scienza"
LA
RILETTURA
Popper dichiarò di
non essere uno specialista di Keplero ma un suo ammiratore.
Questa
predilezione del noto filosofo per lo scienziato tedesco deriva da una
caratteristica che li accomuna entrambi: l’amore che dimostrano di avere per la
verità e l’implacabile ricerca di essa.
Da
una deviazione di otto minuti d’arco, dall’ipotesi di orbite circolari
ipotizzate da Tycho Brahe, Keplero riuscì a scoprire le leggi che regolano il
moto dei pianeti.
Quest’ultimo
fece luce su una falsa opinione divenuta d’uso comune – l’esistenza delle sfere
celesti -, confutata antecedentemente dalle misurazioni di Brahe, ma che solo
egli stesso, per amore della grande armonia esistente nell’universo, seppe
verificare e controllare, portando a termine un’ardua impresa come quella di dimostrare
l’ipotesi delle orbite ellittiche compiute dai pianeti attorno al sole.
Keplero
imparava dai propri errori – Secondo Karl Popper, Keplero non
conosceva ancora il calcolo integrale ma intuitivamente era arrivato al calcolo
differenziale: ecco il motivo per il quale non insistette molto sulle prime due
leggi dei moti planetari. Fu poi Newton che riuscì a trovare la causa
dell’armonia cosmica nella forza gravitazionale. Sempre secondo Popper, Keplero
non fu lo scienziato che riprese le osservazioni del maestro Brahe, facendole
sue, ma fu colui che, sulla base di ipotesi e confutazioni empiriche e
imparando dai propri errori, giunse a delle conclusioni di vasta portata.
Perché dunque Popper considera Keplero il più grande dei “giganti”?
Il
più grande dei “giganti” – Quando Popper fa questa affermazione,
prende in considerazione la frase scritta in modo ironico da Isaac Newton nel
1676 al suo critico Robert Hooke (nei confronti del quale egli non provava
alcuna simpatia), nella quale lo scienziato affermava di aver fornito una
filosofia che vede lontano perché siede sulle spalle dei “giganti”. Tale frase
rappresentava in origine una sottile allusione alla postura curva di Hooke (e
in questo senso la filosofia newtoniana si elevava molto più in alto di quanto
non potesse fare lo stesso Hooke), ma assunse poi il significato comune di
riconoscere ai propri predecessori – Copernico, Keplero e Galilei – il merito
di aver posto le fondamenta dello sviluppo scientifico. Il grande filosofo
austriaco elogia Keplero perché il modo di procedere di quest’ultimo è il meno
dogmatico di tutti e, in quanto tale, molto vicino alla filosofia popperiana
che procede per prove ed errori.
Non
riesco a scorgere alcun ruolo per l'induzione. L'induzione è un mito. Esiste un
solo metodo col quale procedere, ed è quello, ripeto, per tentativi ed errori,
che equivale al proporre ipotesi e a controllarle criticamente. Non abbiamo
altri mezzi e, sebbene per questa via, se siamo fortunati, potremmo anche
arrivare a teorie vere, mai potremo tuttavia conseguirne la certezza. C'è una
netta e fondamentale distinzione, infatti, tra teorie vere e teorie certamente
vere: il secondo tipo di teorie è qualcosa che non possiamo assolutamente
conseguire. La vera certezza non esiste per noi. Molto spesso conseguiamo
teorie vere, anzi: ci sono tante teorie non troppo astratte che, in effetti
sono, direi, praticamente vere con certezza”.
Secondo Popper, l'idea che la scienza si fondi sul metodo
induttivo si è affermata grazie all'enorme autorità di Newton. Questi, infatti,
pensò di aver dimostrato per via induttiva la validità della legge di
gravitazione universale . Assumendo l'esistenza di una forza d'attrazione
diretta verso il Sole e attraverso il principio d'inerzia, Newton pervenne ad
una dimostrazione della dinamica del sistema planetario. La dimostrazione
consta di una fase deduttiva, in cui gli assunti generali sono il principio
d'inerzia e la legge di attrazione centripeta. Ma per Newton la validità di
questi assunti generali si basa su una prova induttiva: si tratta della seconda
fase della dimostrazione. Newton riteneva che questi assunti potessero essere
ricavati induttivamente dalle leggi di Keplero, che Newton credeva che fossero
state stabilite a partire dalle osservazioni di Tycho Brahe. Ma, secondo
Popper, Newton sbagliava nel credere che Keplero avesse ottenuto le tre leggi
del moto planetario a partire dalle osservazioni. Anche Keplero giunse a
stabilire queste leggi non a partire dai dati osservativi, ma lavorando con il
metodo delle ipotesi, procedendo dunque per tentativi ed errori . Ciò fu
perfettamente chiaro anche a William Whewell , il quale, però, essendo un
sostenitore di Newton, diede una nuova formulazione al metodo induttivo senza
riconoscere apertamente il ruolo delle ipotesi e degli errori. Volendo
conciliare il metodo di Keplero con quello di Newton, Whewell non arrivò a
sostenere la necessità di essere critici nei confronti delle proprie ipotesi .
Se la teoria di Newton ha goduto di grande prestigio, influenzando anche
duraturamente le idee sul metodo della scienza, è perchè si è trattato di
un'ottima teoria, rimasta insuperata anche di fronte alla più recente teoria di
Einstein. Tra le due non c'è contrasto perché la teoria newtoniana può essere
considerata come un'approssimazione della teoria di Einstein: di nessuna teoria
si può affermare la verità assoluta, tantomeno dedurla dalle osservazioni. Le
teorie sono solo ipotesi non dimostrate. Del resto lo stesso Einstein, a
differenza di Newton, non pretese mai che la propria teoria fosse stata
dimostrata come vera . L'unico modo per mettere alla prova una teoria è quello
di confutarla. Il metodo per tentativi ed errori è un metodo universale, come
tanto agli uomini quanto agli animali: tuttavia, ciò che differenzia l'uomo
dagli animali è proprio la capacità di essere critici verso le ipotesi. Questo
atteggiamento critico tipicamente umano deriva dal linguaggio.
L’opera si compone di 13 capitoli che analizzano il
processo di graduale formazione dellascienzanella storia, seguendo le dinamiche
della scienza normale, della crisi del paradigma e del momento rivoluzionario
fino al ristabilimento di una situazione di normalità. Come già aveva fattoGalileo,
Kuhn utilizza un linguaggio creativo, che tratta della scienza in maniera
"qualitativa" attingendo dal vocabolario tipico di altri contesti.
Questo stesso modus operandi è in effetti uno degli argomenti del saggio, che
mostra come ognirivoluzione scientificasia stata contraddistinta anche da un
nuovolinguaggio,
non direttamente confrontabile con i precedenti; un cosiddetto mutamento di
paradigma (paradigm shift).
Rivoluzioni scientifiche: fisica e biologia
a confronto
Negli ultimi decenni la fisica e la biologia hanno
conosciuto uno sviluppo eccezionale: due protagonisti di queste discipline,
Freeman Dyson e Sideny Brenner, rileggono alcune conquiste fondamentali alla
luce dei concetti di rivoluzione scientifica e di paradigma sviluppati dallo
storico della scienza Thomas Kuhn.
Brevi cenni su Thomas S. Kuhn e il suo universo teorico
Scienza normale e rivoluzioni scientifiche
L'importanza e la meritata fama di Kuhn sono legate in gran
parte a La struttura delle rivoluzioni scientifiche, un testo del 1962 che
costrinse i filosofi della scienza a fare i conti con molti degli scheletri
ancora rinchiusi negli armadi dell'epistemologia. Kuhn, inzialmente è attratto
dal concetto popperiano della scienza come rivoluzione permanente. Ben presto,
come tanti altri, comincia però a dichiarare la sua insoddisfazione per le idee
del filosofo austriaco perché non danno conto dei quadri concettuali e
culturali (la conoscenza di sfondo, o di fondo) entro i quali viene svolgendosi
l'impresa scientifica, e, d'altro canto, sembrano "congelare" la
stessa impresa in un quadro astorico, un difetto che renderebbe Popper non
molto diverso dai positivisti vecchi e nuovi.